segrete_ciadi Reed Brody*, Le Monde, 30 settembre 2006

Tre settimane fa, il Presidente Bush ha riconosciuto per la prima volta l’esistenza di centri di detenzione segreti gestiti dalla CIA al di fuori degli Stati Uniti. [Il Presidente] ha dichiarato che quattordici detenuti imprigionati in questi centri erano stati trasferiti nella prigione di Guantanamo al fine di essere “condotti in giudizio”.

E’ una buona notizia per questi detenuti, perché questo trasferimento significa per loro l’inizio delle visite del Comitato internazionale della Croce Rossa e soprattutto la fine degli interrogatori fatti con l’ausilio di metodi “alternativi”, come li chiama il presidente Bush. Tuttavia, questa decisione non significa la cessazione del ricorso a questi metodi.

Perchè l’Amministrazione Bush difende con ardore una interpretazione meno rigida delle Convenzioni di Ginevra che regolano i metodi di interrogatorio e proibiscono ogni forma di tortura o di trattamento inumano. Questa minore rigidità, il presidente americano la reclama a gran voce, allo scopo di portare meglio avanti la sua “guerra contro il terrorismo”.

La scorsa settimana, il Congresso è stato chiamato a votare su questo ammorbidimento. Ha parzialmente seguito le raccomandazioni del presidente, autorizzando l’utilizzo delle informazioni ottenute nel passato grazie alle tecniche “alternative”, legittimando in parte l’uso della tortura da parte degli agenti della CIA.

Prima, anche se le “scomparse” e la tortura dei detenuti della CIA avessero realmente portato alla cattura di altri terroristi, il fatto stesso che vi si fosse ricorso rendeva impossibile tradurli davanti alla giustizia.

Secondo la Corte Suprema, le informazioni ottenute a partire da testimonianze estorte con tecniche coercitive erano comunque dichiarate irricevibili nel processo.

In compenso, è questo stesso Congresso, guidato dal senatore John McCain, ex prigioniero di guerra e vittima della tortura in Vietnam, che ha respinto gli altri ammorbidimenti desiderati dall’Amministrazione Bush. Quersti ultimi consistevano nella pura e semplice legalizzazione dell’uso di tecniche brutali come il “waterboarding” (il “sottomarino”, che consiste nel far credere al prigioniero che sarà annegato), il mantenimentoin ipotermia, o la privazione prolungata del sonno, in violazione delle convenzioni di Ginevra.

Il Presidente Bush ha giustificato l’uso di questi metodi, così come il ricorso della CIA alle “sparizioni”, affermando nel suo discorso che il programma della CIA aveva “dato informazioni che hanno salvato vite innocenti”. Il capo dell’Amministrazione ha poi recitato la lista dei casi nei quali queste informazioni avrebbero permesso di identificare altri terroristi, di facilitare la loro cattura e di sventare complotti in preparazione.

Tuttavia, non si dispone di alcun dettaglio su queste affermazioni. Nessuno sa, per esempio, se le stesse, o migliori, informazioni avrebbero potuto essere ottenute senza ricorso alla tortura, nè come delle false testimonianze abbiano condotto su false piste, impedendo di seguire quelle reali.

Quello che è successo a Ibn Al-Shaykh Al-Libi, uno dei principali sospettati detenuti dalla CIA, è,in questo senso, rivelatore. Sotto l’effetto di un “interrogatorio spinto”, Al Libi avrebbe raccontato a coloro che lo interrogavano che l’Iraq aveva contribuito alla formazione dei combattenti di Al Qaeda per l’utilizzo di armi chimiche e biologiche. Questa informazione fu utilizzata da Colin Powell nel suo discorso davanti alle Nazioni Unite per giustificare la guerra in Iraq. Essa si rivelerà in seguito interamente falsa: Al Libi aveva inventato questo fatto solo per far cessare il suo supplizio.

L’aperta difesa della tortura e l’argomentazione della sua pretesa efficacia da parte del presidente americano è dunque estremamente inquietante per l’avvenire. Perché, a dispetto delle informazioni apparentemente raccolte attraverso alcuni di questi sospetti, i trattamenti inumani sistematici inflitti ai prigionieri musulmani da parte degli Stati Uniti sono stati manna dal cielo per i reclutatori di jihadisti estremisti nel mondo. L’Amministrazione Bush può così vantarsi di aver contribuito a rendere il mondo meno sicuro di fronte al terrorismo.

Questo vale per gli stessi Stati Uniti, perché, come indica il rapporto della Commissione 11 settembre, istituita dopo gli attentati, “le affermazioni secondo le quali gli Stati Uniti hanno commesso abusi sui prigionieri (…)rendono più difficile la costruzione delle alleanze diplomatiche, politiche e militari di cui il governo ha bisogno”.

Inoltre, la tortura e le “sparizioni” dei detenuti messe in opera dagli Stati Uniti permettono a tutti i governi poco inclini al rispetto del diritto internazionale di fare lo stesso. Dal Sudan allo Zimbawe, questi paesi sono oggi fin troppo felici di citare le pratiche americane per giustificare le loro o per rintuzzare le critiche.

Ma la nostra preoccupazione deve nascere, prima di tutto, dall’accettazione di metodi che sono contrari allo Stato di diritto e che rimettono in causa secoli di lotte affinchè, giustamente, ciacuno sia tenuto a rispettare le stesse regole degli altri. In questa prospettiva, il silenzio – e la complicità – dei governi europei di fronte alle derive americane è ugualmente estrememente pericolosa.

Nel momento in cui il mondo ha più che mai bisogno di regole di diritto internazionale che gli Stati Uniti sbeffeggiano in maniera contro producente, l’Unione Europea dovrebbe affermarsi come una potenza che incarna il loro rispetto

* Reed Brody, consigliere speciale di Human Right Watch, è autore di tre rapporti sugli inumani trattamenti inflitti dagli Stati Uniti ai detenuti della « guerra contro il terrorismo »

(Traduzione di Paola Mirenda per Medioriente.net)